Quando Giorgio Scerbanenco esce dalla scatola

Perché affannarti a cercare un buon giallo fra gli scaffali delle librerie, se ancora non hai letto Scerbanenco?

Il suo è davvero il colore primario del genere, anche se Giorgio è considerato il padre del noir italiano. Il giallo dell’ampio sguardo e il nero della profondità. In Scerbanenco c’è sempre una punta di metafisico da far accapponare la pelle: “La vita è un pozzo delle meraviglie, c’è dentro di tutto, stracci, brillanti, coltellate in gola…”.

Il Giorgio nasce a Kiev, cresce a Roma e matura a Milano, dove ambienta i suoi romanzi più famosi. C’è poi il ciclo del New Mexico, infine la virata verso i racconti, di nuovo a Milano. Atmosfere che hanno ispirato registi come Fernando Di Leo, Yves Boisset e Lamberto Bava. E pure Quentin Tarantino si è detto in debito verso lo scrittore.

Apperò! Direte voi. Quindi cosa aspettate?

Il mio primo Scerbanenco è stato Venere Privata con cui consiglio di iniziare l’avventura fra le signorine borghesi e i bari milanesi. Una gincana dove il mistero si svela a tratti sempre diversi, tinti di sensi di colpa ancestrali e ineluttabilità antropologica: “I difetti si ereditano e i pregi sono invece recessivi. Direi una forma di entropia biologica”. Ma alla fine un spiraglio di giustizia grazie alla risoluzione dell’enigma c’è sempre: “La società è un gioco. Le regole del gioco sono scritte nel codice penale, in quello civile e in un altro codice, piuttosto vago e non scritto, detto codice morale. Saranno codici molto discutibili, che devono essere continuamente migliorati, ma, o si sta alle loro regole, o non ci si sta. L’unico trasgressore alle regole del gioco che io posso rispettare è il bandito col trombone che si nasconde per le montagne: lui non sta alle regole del gioco, lui, anzi, dice chiaramente che non vuol giocare alla bella società e che le regole se le fa lui come vuole, col fucile. Ma i bari no, li odio e li disprezzo. Oggi ci sono i banditi con l’ufficio legale a latere, imbrogliano, rubano, ammazzano, ma hanno già studiato la linea di difesa con il loro avvocato nel caso fossero scoperti e processati e non vengono mai puniti abbastanza, Vogliono che gli altri stiano al gioco, alle regole, ma loro non ci vogliono stare. Questo non mi va, questa gente non la sopporto…”.

Rassegnazione e resistenza alla resa. In questa condizione ossimorica Scerbanenco ha lavorato “quattordici, sedici ore al giorno, scrivendo quattro, cinque romanzi e centinaio di racconti all’anno”.

Il mio ultimo Scerbanenco, invece, è stata la pubblicazione giovanile riscoperta dalla figlia: L’isola degli idealisti. Sempre, in ogni suo scritto, ritrovo questo mood: “La forma più appassionata di pazzia è quella lucida, ragionante… Riassumere la vita di un uomo non è forse una preghiera?”

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