La quarantena sul Mussa Dagh

Uno dei libri più belli che abbia mai letto.
Ottocento pagine di puro godimento che mi hanno trasportata sul Mussa Dagh (il Monte di Mosè) assieme ai ribelli armeni di cui Franz Werfel (scrittore e drammaturgo ingiustamente dimenticato, amico di Kafka) ha reso memoria ne I quaranta giorni del Mussa Dagh.
Una pagina straordinaria sul genocidio armeno, nonché la rappresentazione della vita umana nelle sue dinamiche, relazioni, disequilibri e sentimenti più concreti.

Del dramma, insomma, che, prima di avere i connotati della tragedia, significa “azione”, ossia movimento, ossia vita. 

«Quest’opera fu abbozzata nel marzo dell’anno 1929 durante un soggiorno a Damasco. La visione pietosa di fanciulli profughi, mutilati e affamati, che lavoravano in una fabbrica di tappeti, diede la spinta decisiva a strappare dal regno dei morti del passato l’inconcepibile destino del popolo armeno. Il libro fu composto dal luglio 1932 al marzo 1933». Scrive l’autore.

La lotta dei 5.000 Armeni che resistettero allo sterminio perpetrato dai Turchi sul monte siriano Mussa Dagh si compì nell’estate del 1908.

La loro guida – lo “straniero nel mondo” – Gabriel Bagradian, armeno espatriato in Francia e ritornato alla “terra dei padri” per ritrovare se stesso e compiere il proprio destino, assieme a suo figlio-martire Stephan, specchio perfetto dell’anima del suo popolo.

Padre e figlio in Oriente! Situazione che non si può paragonare con i rapporti superficiali che esistono fra genitori e figli in Europa, secondo l’autore. Chi vede suo padre vede Dio. Poiché questo padre è l’ultimo anello della catena ininterrotta di antenati che collega l’uomo con Adamo e quindi con l’origine della creazione. Ma anche chi vede suo figlio vede Dio. Poiché questo figlio è l’anello più vicino che collega l’uomo col Giudizio Universale, con la fine di tutte le cose e con la redenzione.

Ma Gabriel è straniero, anche a se stesso, e, da intellettuale, scopre, quasi guidato da una mano invisibile e amica, animo, cuore e forza proprie di un comandante in campo. In  azione. In movimento.
È lui, assieme al sacerdote Ter Haigasun, a guidare il popolo fino all’ultima battaglia, con in tasca la moneta d’oro recante l’iscrizione: All’inesplicabile in noi e sopra di noi che gli farà da epitaffio.

Leggere I quaranta giorni del Mussa Dagh significa percorrere davvero quell’inesplicabile. Compiere un viaggio dentro di noi e nel mondo, quello di 100 anni fa e quello di oggi (un mondo che il Covid-19 sta radicalmente trasformando), perché Wertel chiosa il racconto avvincente con folgorazioni che fanno prendere fiato dagli affanni armeni per riflettere un po’ sui nostri. Con spunti di acutezza psicologica raffinatissimi e affondi sul rapporto vita-morte; rispetto e dignità della vita; accoglienza e diffidenza verso lo straniero; religione, Islam e Cristianesimo; Oriente e Occidente; colpa, pena e redenzione; sogno e miracolo; fede, speranza e disperazione; resistenza e accettazione; misericordia e odio; appartenenza e straniamento; guerra e diserzione; fanatismo e mendicanza; delirio e veglia.

Tutto condito dalle implicazioni politiche e dalle speculazioni discriminatorie che accomunano cristiani e musulmani, perseguitati e aguzzini. E tutto setacciato attraverso i grandi occhi armeni: «ingranditi dallo spavento di dolorose visioni millenarie che avevano un’espressione mista di timido smarrimento e di decisa conoscenza del mondo». Quelli di un popolo che ha vissuto da straniero fra stranieri nella consapevolezza che «essere Armeni è una cosa impossibile» perché da sempre «in balìa dell’odio».

Werfel ci fa tutti sentire «esseri di confine» che cercano un posto nella comunità dove spesso, proprio come sul Mussa Dagh, «i deboli erano i forti e i forti erano in verità senza valore».

«È questo tutto quello che lei fa per il suo gregge? Che cosa fa d’altro?» chiede un adirato Gabriel Bagradian al sacerdote Ter Haigasun che risponde così: «Prego…».

A pagina 830 scoprite se le preghiere hanno funzionato.

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