Eccomi!

Jonathan Safran Foer, quello di Molto forte, incredibilmente vicino, è un genio della narrativa.

Lo stesso di Eccomi.
Sempre un genio.

Ti aspettavo.
Eccoti!

Fino a che punto possiamo sopportare di sentirci vivi?
È la domanda di Jacob.
Quella che rimane aperta per tutte le 661 pagine del romanzo Eccomi che scorrono come fossero un centinaio scarso.

Un inizio pirotecnico, quello di Eccomi, che snoda la storia della vita di una famiglia ebrea tra New York e Gerusalemme nell’arco di 48 ore. Tutto raccontato attraverso il caledoscopio dei punti di vista del patriarca che vuole essere sepolto in Israele; di un Bar Mitzvah che nessuno vuole fare; di dialoghi genialmente surreali fra due sposi in crisi (Julia e Jacob) e i loro tre figli (Sam, Mark e Benji); dello zio Tamir che vive di laceranti contraddizioni e di suo figlio ferito al fronte… e poi di un terremoto. Improvviso. Inaspettato. Surreale. Che sconvolge le esistenze di tutti, in tutto il mondo, producendo una rottura profonda e ancestrale. Quella che libera la domanda di Jacob, un uomo in crisi in un mondo in crisi: Fino a che punto possiamo sopportare di sentirci vivi?

Da quando a 13 anni, con il cugino Tamir, ha sfidato la sorte e la vita nel recinto di un leone allo zoo di New York, conoscendo così il brivido e il terrore della propria insignificanza, Jacob ha sempre vissuto da spettatore la propria carriera e la propria famiglia.

Il grosso della vita familiare non implica alcuno scambio affettivo né alcun significato, ma solo il compimento di qualcosa. E non il compimento nel senso di sentirsi compiuto, ma nel senso di compiere ciò che adesso ricade su di te.

La gravosa ricerca della propria realizzazione più autentica parte dalla certezza che nessuno vuole essere una caricatura. Nessuno vuole essere una versione sminuita di se stessa. Nessuno vuole essere un uomo ebreo o un uomo che muore. E approda al senso di quell’Eccomi che Abramo disse a Dio nel momento di affidamento più totale, e che suo padre disse a Jacob nel momento del bisogno, ma che lui non sa dire ai suoi figli nella quotidianità.

Eppure è proprio in quell’eccomi senza esitazione, in quella resa fiduciosa a un atto di amore che travolge tutto, come un terremoto, che forse sta la risposta: Quindi doveva avere qualcosa a che vedere con il peccatore e qualcosa con il giudice e con la paura di non essere perdonati e con il sollievo di essere amati di nuovo. Forse nella prossima vita i sentimenti non l’avrebbero risucchiato in modo così totale e gli sarebbe rimasta una parte di sé per capire.

La ricerca di Jacob – consapevole che aveva così tanto dentro che aveva bisogno di portare fuori, ma il processo imponeva di farsi del male – è il filo conduttore dell’ultimo capolavoro di Foer che ci regala un finale aperto in cui ognuno di noi può scegliere se rimanere ombra o essere protagonista.

Pensava spesso a quella performance di Andy Goldsworthy in cui lui si sdraia per terra mentre arriva un temporale e rimane lì finché passa. Quando si rialza, rimane una sagoma asciutta. Come il contorno in gesso di un cadavere. Come il cerchio senza fori dove c’era una volta il bersaglio delle freccette.

Per aprire la scatola misteriosa di questo Mystery Book vai sulla mia pagina FB e sul mio profilo Instagram. In particolare tieni d’occhio le Stories di Instagram!

Per approfondire QUI.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *