Pancake: il Dostoevskij del Novecento

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Il Dostoevskij del Novecento se ne è andato prima che piovesse merda.

Andarsene prima che cominci a piovere merda. Già. Questo è il segreto.

Lo sa bene Chester, il personaggio del racconto La mia salvezza della geniale promessa americana Breece D’J Pancake, morto suicida nel 1979 a 26 anni e pubblicato in Italia con la raccolta Trilobiti da Minimum fax. Che per i talenti d’Oltreoceano ha un fiuto impagabile.

Dunque, Chester è stato più furbo di un topo di fogna, perché se n’è andato prima che cominciasse a piovere merda. Ma Chester aveva due problemi: primo, ha avuto successo nella vita, secondo, è tornato. Non sono i classici problemi da americano medio: bere, drogarsi, metterlo o pigliarlo in culo, perché Rock Camp, West Virginia, non crea i classici problemi da americano medio né è il classico paesello di montanari. 

Rock Camp, West Virginia, è invece un volgarissimo, sporco, fangoso, arrapato, virale, dimenticato luogo esistenziale. Dove o ti prendi la merda o te ne vai. Il problema però è: dove?

Questo senso di smarrimento ci accomuna tutti che siamo un po’ come Buddy, il minatore, protagonista del racconto elegiaco Valle dove entra in scena:

Inginocchiato curvo dentro un filone di un metro, Buddy era perso nel ritmo della squadra, nel brillio di carbone e arenaria alla luce del casco: riempi, solleva, svuota.

Come ha fatto Pancake tutta la vita: riempi, solleva, svuota… riempi, solleva, svuota… significati con cui annerire pagine bianche.

Cristiano tormentato, i suoi maestri, come il celebre professore John Casey che firma la prefazione della raccolta Trilobiti, hanno seri dubbi in merito al suo suicidio. A differenza di Leopardi che con La ginestra castra ogni desiderio di senso buono della vita, D’J nel racconto Una stanza per sempre concede qualche barlume di speranza al suo personaggio, proprio la notte dell’ultimo dell’anno:

Mi guardo intorno. Tutte queste persone sono sbucate dalle loro tane perché non hanno nessuna festa dove andare. Sono estranei che giocano una partitella a biliardo o a flipper, bevono qualcosa. Tutto l’anno a stringere i denti: mettono benzina, servono tavoli, vanno a puttane e adescano froci, gli fa schifo quello che hanno ma sanno che sono fortunati ad averlo… Mi fermo davanti alla stazione degli autobus, guardo le persone che aspettano e penso a tutti i posti dove sono dirette. Ma io so che non possono scappare, né ubriacarsi né morire per sfuggire a tutto questo. È sempre lì, guardi qualcuno e quello ti guarda come un’ira di Dio. E così va al porto a vedere se la nave su cui lavorerà i mesi successivi è arrivata, perché forse salpare ancora si può.

Trilobiti si conclude con un pugno allo stomaco, ossia con la lettera in cui l’autore propone per la pubblicazione alcuni nuovi racconti di cui accenna la trama. Al rimpianto per averli persi assieme al loro creatore, si unisce la straniante sensazione di aver incontrato, anche se per poco, il Dostoevskij del Novecento. 

Grazie D’J che, come ha acutamente osservato la famosa scrittrice J. Carol Oates, autrice della nota introduttiva di Trilobiti, ci hai regalato straordinari “poemi in prosa”.


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