Ho una dipendenza da… Simone Feder. Se leggete la avrete anche voi

Ho una dipendenza da Feder! Soprattutto da quando mi ha mostrato che tossicodipendenti, ludopatici, alcolisti… Nessuno è irrecuperabile!

Come possiamo, infatti, capirli, i giovani, i nostri figli, i nostri allievi, i nostri pazienti, se non stiamo con loro? Questa è la fondamentale provocazione di Simone Feder del cui sguardo sulla realtà non posso più fare a meno.

Augurando a tutti di avere un padre così, consiglio la lettura del suo blog No Slot su Vita.it e l’ultima indagine sugli stili di vita degli adolescenti Progetto Selfie, nato dalla collaborazione tra la Casa del Giovane di Pavia, Fondazione Exodus e Bicocca Applied Statistics Center.

«Ne è emersa la sempre maggiore distanza tra i ruoli generazionali, parallelamente al disagio giovanile sempre più sepentino e complesso. I ritmi di cambiamento nelle nuove generazioni sono tali che i genitori faticano a leggerli sui propri figli».

Risultato?
«Il 22% dei ragazzi che frequentano le superiori presi in esame dalla nostra indagine si ubriaca almeno una volta al mese».
Perché?
«Per mitigare una sofferenza interiore che alla fine rompe gli argini. Il fenomeno è trasversale le classi sociali – ».
La soluzione?
Stare con loro. D’altrone come possiamo capirli se non stiamo insieme a loro?
Ma tutto parte dal modo sbagliato di vivdere degli adulti e con gli adulti.
Tutto parte dal saper o meno rispondere alla domanda cruciale per l’educazione:

Cosa significa davvero incontrare l’altro? Perché tossicodipendenti, ludopatici, alcolisti… Nessuno è irrecuperabile! Perché il segreto sta tutto nella relazione d’amore, autenticamente umana, che si instaura con loro.

Non ci credete? Ecco allora uno delle tante esperienze che Simone Feder potrebbe impiegare giornate intere a raccontare.

Lui ha da poco compiuto 18 anni. Il papà è dall’altra parte del mondo. La mamma è una libertina. Lui ha problemi con l’eroina. Viene in struttra da noi e dopo un percorso si libera dalla sostanza di cui è dipendente, ma non dal disagio di vivere. Una sera, a brucia pelo, gli chiedo: Allora li riprendiamo o no gli studi? Questa domanda è come se gli avesse aperto la finestra in una baita di montagna chiusa da tanto tempo. Una finestra da cui entrano aria pura e luce, e da dove si vede la vastità del mondo. Alla fine si iscrive alla quinta superiore, si diploma a piedi voti e, su nostro consiglio, comincia l’Università. Quando l’ho conosciuto aveva la speranza smorzata. Gli serviva qualcuno che non lo guardasse solo come un tossico, ma come una persona. Consapevole che dietro a ognuno di noi c’è qualcosa che brilla. Quando ti viene data la possibilità di guardare dalla finestra aperta della baita, quello che vedi ti fa andare oltre i tuoi limiti. In tanti anni di volontariato e di lavoro ho imparato a non dare anzitutto una medicina, ma a infondere speranza.

simone feser rapporto selfie

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