Danila Valenti. Nessu fine vita. Solo rispetto per la persona

Danila Valenti, oncologa e responsabile delle Cure Palliative dell’Ausl Bologna, nonché ai vertici dell’associazione europea di cure palliative, è tra gli esperti che ha supportato Donata Lenzi a elaborare il testo base della legge sulle Dat, ossia le Disposizioni anticipate di trattamento .Quelle che la persona con una malattia ha il diritto di rilasciare e revocare in ogni momento del suo percorso di malattia. Esprimendo il proprio consenso alle terapie che la riguardano.

Si tratta della legge tanto dibattuta. Della legge sul «rispetto della persona e delle sue decisioni in merito al proprio percorso di cura», come mi ha spiegato la dott.ssa Valenti. Si tratta della stessa legge che è stata approvata il 22 novembre 2017 grazie anche all’intervento di Papa Francesco:

Gli interventi sul corpo umano diventano sempre più efficaci, ma non sempre sono risolutivi: possono sostenere funzioni biologiche divenute insufficienti, o addirittura sostituirle, ma questo non equivale a promuovere la salute. Occorre quindi un supplemento di saggezza, perché oggi è più insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona […] È dunque moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde a quel criterio etico e umanistico che verrà in seguito definito “proporzionalità delle cure” […] È una scelta che assume responsabilmente il limite della condizione umana mortale, nel momento in cui prende atto di non poterlo più contrastare […] Questa differenza di prospettiva restituisce umanità all’accompagnamento del morire, senza aprire giustificazioni alla soppressione del vivere.

Anche la vita di Danila Valenti è stata segnata dalla malattia e dalla morte: «A 8 anni mia nonna, figura importantissima per la mia crescita, grazie alla sua semplice saggezza, è morta a causa di un tumore allo stomaco. È stato allora che ho deciso di diventare medico per curato il cancro». Una morte che ha portato a una nascita come donna, come professionista e anche come madre: «Ho chiamato mia figlia Maria Elena. Non solo perché mia nonna si chiamava Maria e perché la zia di mio marito, morta per un tumore alla mammella si chiamava Maria Elena, ma anche perché desideravo che il suo nome comprendesse entrambe le bellezze. La bellezza interiore (quella spirituale della Madonna)  la bellezza esteriore (quella del mondo, a mitica Elena dell’antica civiltà greca da cui è nata gran parte della civiltà europea)».

La dott.ssa Valenti ha anche una figlio, Francesco Maria:«Anche lui riporta nel nome il nome della nonna, Maria, oltre che del nonno. La mia famiglia, e in particolare i miei figli, mi hanno dato la possibilità di fare il mio lavoro al meglio. Infatti, quando diventi mamma impari a occuparti di un’altra persona con una dedizione totale, mettendo l’altro al primo posto, in base ai suoi bisogni, alle sue idee e alle sue predisposizioni. I miei figli mi hanno dunque insegnato a capire la persona che ho davanti, allenandomi così alla professione medica, ossia a volere il bene dell’altro alla luce della “sua” persona e della “sua” personalità che è altro da me. Senza alcuna proiezione da parte mia, ma nel rispetto di quello che loro hanno in mente per sé stessi. Il primo fondamentale passo per poter instaurare un’autentica relazione tra curante e curato è questo rispetto. E poi devo di nuovo ringraziare mia nonna Maria e mia madre, che l’ha curata con dedizione, amore e rispetto per lei e per quello che lei avrebbe voluto per sé. Sono state loro, mia nonna – vivendo la malattia pensando a noi, al nostro bene, e non a sé – e mia madre – che l’ha curata, pensando a lei, al bene di mia nonna, e non a sé – ad avermi trasmesso i valori che mi hanno accompagnata nel corso degli anni».

Dal punto di vista della malattia (quindi della fragilità che tutti ci riguarda) Danila Valenti  incarna quello che sto cercando e imparando del Sesso utile, soprattutto se confrontato con le parole del Santo Padre:

L’angoscia della condizione che ci porta sulla soglia del limite umano supremo, e le scelte difficili che occorre assumere, ci espongono alla tentazione di sottrarci alla relazione. Ma questo è il luogo in cui ci vengono chiesti amore e vicinanza, più di ogni altra cosa, riconoscendo il limite che tutti ci accumuna e proprio lì rendendoci solidali. Ciascuno dia amore nel modo che gli è proprio: come padre o madre, figlio o figlia, fratello o sorella, medico o infermiere. Ma lo dia!

Diritto ad essere curato e diritto ad essere malato, perché «la malattia porta con sé elementi che possono dare ricchezza alla società intera, in quanto richiama alla profondità dei valori che ci rendono esseri umani. Anzitutto la solidarietà. La malattia dunque arricchisce la civiltà umana».

Grazie Danila!

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